16 giugno, Giornata internazionale del lavoro domestico: il direttore del patronato Acli di Pisa Simone Fulghesu fa il punto della situazione a partire dai dati 2025 dell’ente
I numeri: “Nel 2025 incontrate 1.200 lavoratrici e lavoratori., 950 delle quali badanti. Ma l’età media è di 53 anni e un terzo è over 60. L’84% è straniera, ma da Polonia e Bulgaria ne arrivano sempre meno”
PISA, martedì 16 giugno 2026 – “Nel 2025 fra Pisa e Lucca abbiamo incontrato 1.100 famiglie e 1.200 lavoratrici e lavoratori, 850 dei quali nella sola provincia pisana, e gestito 1.400 contratti di lavoro domestico, di cui 950 per assistenza familiare”. Parte da qui Simone Fulghesu, direttore del patronato Acli di Pisa. Non per evidenziare successi e capacità operativa dei “suoi” uffici, che pure non mancano, ma per porre sul tavolo alcune questioni di stringente attualità che riguardano il mondo del lavoro di cura e lo fa in occasione della Giornata internazionale del lavoro domestico del 16 giugno, istituita dall’Organizzazione internazionale del lavoro. “Il nostro osservatorio – dice – ci restituisce un quadro molto articolato in cui da una parte ci sono le collaboratrici domestiche ormai più vicine a un’idea di lavoro “normalizzato”, con una presenza significativa anche di lavoratrici italiane o di comunità storicamente integrate nei nostri territori, come quella albanese o filippina, dall’altra c’è il mondo delle badanti dove si intrecciano fragilità sociali, bisogni di cura e dinamiche migratorie”.
Ma c’è bisogno di un cambio di prospettiva, netto e anche rapido perché “queste lavoratrici, in gran parte straniere, rappresentano oggi un pezzo fondamentale, anche se non istituzionale, del nostro sistema di welfare: senza di loro moltissime famiglie non sarebbero in grado di garantire assistenza ai propri cari e il loro ruolo è destinato a crescere – continua Fulghesu – se è vero che circa due terzi dei contratti che gestiamo riguarda l’assistenza alla persona, a dimostrazione che l’attività di queste lavoratrici non è un “vezzo” per chi può permetterselo”.

Al riguardo le dinamiche demografiche sono chiare: “l’Italia è uno dei Paesi più anziani al mondo e continuerà a invecchiare e allo stesso tempo, le famiglie sono più piccole, e la partecipazione delle donne al lavoro è aumentata – spiega il direttore del patronato Acli di Pisa-. Questo significa che la cura degli anziani ricade spesso su una sola persona, già impegnata tra lavoro e famiglia”. A ciò si aggiunge il tema delle pensioni e delle disponibilità economiche: “Si esce sempre più tardi dal mondo del lavoro e con assegni spesso più bassi rispetto al passato, a causa delle riforme previdenziali e di un mercato del lavoro segnato dalla precarietà. In queste condizioni, le famiglie – quando possono – ricorrono alla badante come unica soluzione praticabile. A volte anche in modo irregolare, perché mancano alternative strutturate”.
All’orizzonte, però, si profilano delle criticità piuttosto acute che interessano anche il territorio pisano: “Si trascura troppo spesso il fatto che il lavoro domestico è caratterizzato da uno mancato ricambio generazionale – sottolinea Fulghesu-. L’età media delle oltre 950 badanti incontrate lo scorso anno è 53 anni: il 16% ha più di 65 anni, mentre il 15% si colloca tra i 60 e i 65 anni. Questo significa che, proprio mentre aumenta la domanda di assistenza (con l’invecchiamento dei baby boomers), molte lavoratrici usciranno dal mercato del lavoro per limiti fisici o per età”. L’altro aspetto da tenere in considerazione riguarda la provenienza: “Solo il 16% delle badanti è italiano. La maggioranza arriva da Paesi come Filippine, Ucraina, Moldova, Romania e, in particolare, Georgia, che rappresenta oggi la comunità più numerosa nei nostri dati con il 23% del totale”. Ma non sarà sempre così. O, comunque, non è detto: “L’auspicabile miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi di origine potrebbe ridurre i flussi migratori: lo vediamo già con le lavoratrici polacche o bulgare che rispetto ad alcuni anni fa sono diminuite. Senza politiche adeguate, il rischio è un sistema sempre più fragile o un aumento del lavoro irregolare”.
Il nodo da sciogliere si chiama integrazione e inclusione: “Molte di queste lavoratrici vivono nelle nostre case ma restano poco integrate nelle comunità. Spesso arrivano per necessità economiche, con l’idea di una permanenza temporanea, e senza un vero progetto di integrazione. Si creano così comunità chiuse, legate al Paese di origine, e dinamiche non sempre trasparenti. In alcuni casi, perfino la conoscenza della lingua italiana non è più considerata essenziale”.
Conseguenza: “Serve un approccio più consapevole e strutturato. Da un lato – dice-, politiche migratorie coerenti che garantiscano ingressi regolari e tempi certi, soprattutto per quanto riguarda i permessi di soggiorno. Dall’altro, percorsi di integrazione veri, che aiutino queste lavoratrici a uscire dall’isolamento: il lavoro domestico non è un settore marginale – conclude Fulghesu-: è già oggi una colonna portante del welfare. Ma per reggerne il peso anche in futuro, bisogna iniziare a trattarlo per quello che è: una questione sociale centrale, non più rinviabile”